COPERTINA LIBRO

COPERTINA LIBRO
DISEGNO REALIZZATO DALLA MIA SORELLINA

venerdì 7 gennaio 2011

CAPODANNO 2011 ...E BEFANA!

tEMPO ORRIBILE MA LE MIE SPERIMENTAZIONI IN CUCINA SONO STATE IL MASSIMO. dURANTE UN ATTACCO DI NOSTALGIA SAREBBE MIA INTENZIONE TRASCRIVERE UN PASSO DAL MIO LIBRO:
CAPITOLO NONO
È arrivato l’anno nuovo
Capodanno... il primo di gennaio, la prima festa, quella della
mia fanciullezza, quando le famiglie si riunivano a turno a casa
dei parenti stretti e la padrona di casa faceva del suo meglio
per apprestare un pranzo da “festa”. Uscivano dall’armadio
tovaglia e tovaglioli di lino bianco o grezzo ricamato a mano.
Dal mobile della sala da pranzo si tiravano fuori i piatti e i bicchieri
più belli con annesse posate. Le stoviglie che si usavano
durante la settimana si mettevano a riposo e gli accessori, anche
i più banali, venivano portati in tavola. Come dimenticarsi
della paletta d’argento traforata regalata da Alessina e usata
per servire sformati e dolci... Gli sformati che faceva nonna
Giuditta, che poi sono quelli che ancora faccio, chissà perché
ma piacevano a tutti. Asciutti e saporiti, poi serviti accompagnati
o no da un bel ragù oppure da un cibreo22 di rigaglie.
La
mamma preferiva preparare uno sformato di gobbi che solitamente
accompagnava il cappone in umido, piatto classico
del capodanno. Altre volte cucinava il roast-beef, sempre con
il sugo. Nell’arrosto del primo giorno dell’anno non doveva
mancare niente, oltre al lombo di maiale e alle salsicce, nello
spiedo girava la cacciagione, intercalata da crostini di pane. Il
tutto veniva ben unto d’olio servendosi di un mazzetto fatto
di penne di pollo o, meglio, di fagiano. In tavola spiccavano le
bottiglie di vetro smerigliato per il vino e il boccale “buono”
per l’acqua; la luce del lampadario incontrava gli spigoli del
vetro e si spandeva sulla tovaglia in arcobaleni che, da bambini,
ci facevano sognare. Intanto i grandi si raccontavano, parlando
del più e del meno, mentre il gatto, seduto sul pavimento
accanto alla sedia di zia Nina, con il naso in aria, sperava
sempre che cadesse qualcosa...
CAPITOLO DECIMO
La befana
Quando siamo bambini, fin dal giorno di Santo Stefano, si
comincia a pensare alla Befana, la magica vecchietta che cavalca
la scopa e scende dal camino a riempire la calza appesa
la sera prima. Personalmente il mio scetticismo su come e
quando la befana portasse a compimento il suo lavoro, compensava
quel brivido che mi percorreva la schiena quando la
mamma staccava dal chiodo la ventola, quella di penne, e al
suo posto appendeva una sua vecchia calza di nylon. Poi posizionava
accanto al fornello il bricco del caffé e un bicchiere
che la mattina dopo era usato... Molte volte ho avuto paura
che la Befana scendesse mentre noi stavamo lì o di trovarmela
appollaiata sul focolare quando la mattina andavo, sempre
stretta alla mano della mamma, a vedere se c’era qualche fagottino.
La mamma riusciva sempre a tranquillizzarmi, poi ho
capito bene il perché. Spesso pensavo che la Befana si portasse
giù tutta la fuliggine del camino,e immaginavo il camino
come una casetta di mattoni, lo vedevo dal fondo del Fosso
di Sant’Ansano quando chiedevo al babbo: «Qual è il nostro
camino?». E lui: «Quello lì, sopra la finestra di cucina!».
Allora da dove passava la Befana con i suoi regali se c’erano
solo due feritoie per far uscire il fumo? Però la calza era piena
e il caffé era finito. Mi rimane il dubbio e un po’ timore, non
lo nascondo. Comunque la notte riuscivo a dormire, perché la
cucina e la camera erano lontane e quando io andavo a letto,
il babbo rimaneva a lavorare seduto al tavolo del salotto da
pranzo, con la luce accesa. Questo mi dava tranquillità.
Nel giorno della Befana non si organizzava un pranzo solenne
e in cui tutta la famiglia si riuniva, ma essendo giorno
festivo, la mamma preparava ugualmente dei buoni manicaretti.
Proprio per la Befana, la mamma riempiva il collo del
cappone di capodanno ed era squisito. Io ero affascinata da
questa preparazione e guardavo in ginocchio sulla sedia.
Si tratta di una preparazione della cucina povera, caratteristica
della società dell’immediato dopoguerra, in cui nonni
e genitori uscivano da lunghi periodi di carestia. Periodi nei
quali il pane e la pasta, con scarso condimento, la facevano
da padroni, il cavolo e le patate d’inverno, panzanelle d’estate
erano ospiti fissi delle tavole di famiglia. Raccontava la mamma
che spesso la pasta corta, condita con il ragù di carne, –
quando ci scappava! – aveva per contorno il purè di patate e
che, nel caso ci fosse stata la carne come secondo, era immersa
nel sugo di pomodoro, dove si poteva tuffare il pane, tanto
pane... Il babbo era ghiotto delle “polverine” che portarono
gli americani al passaggio del fronte. Altro non erano che i
precursori delle minestrine in busta in commercio negli anni
Sessanta da noi. Come dargli torto? Quelle stesse “polverine”,
che zia Nina, con aria schifata, chiamava bozzime23, per il babbo
erano un tappa stomaco indispensabile.

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